MORIRE DI SPETTACOLO

da “Le inchieste” di Repubblica 28/10/2012

di Alberto Custodero e Alice Gussoni

Mega palchi alti come grattacieli
Li vuole lo show, sono pericolosissimi

SI CHIAMANO GROUND SUPPORT, SONO I MODELLI DI ULTIME GENERAZIONE. SI MONTANO COME UN GIGANTESCO TAVOLO, SULLE CUI GAMBE, AD ALTEZZE DI ALCUNE DECINE DI METRI, UOMINI RAGNO SPECIALIZZATI APPOGGIANO UN MOSTRO METALLICO PESANTE SVARIATE TONNELLATE. DOPO LE MORTI DI TRIESTE E REGGIO CALABRIA E ALCUNI INCIDENTI MENO NOTI ANCHE ALL’ESTERO, STA EMERGENDO QUANTO SIA RISCHIOSO COSTRUIRLI

ROMA – Quando crolla un palco di un concerto, e magari ci scappa il morto com’è successo a distanza di appena tre mesi uno dall’altro a Trieste e a Reggio Calabria ai tour di Jovanotti e della Pausini, è facile dare la colpa agli operai che quel palco lo stanno costruendo. Accusandoli, magari, di fare uso di cocaina per stare svegli. Per reggere la fatica dei turni massacranti di lavoro. Per fare in fretta. È talmente diffusa questa convinzione che sul cadavere di Matteo Armellini, morto il 5 marzo 2012 sotto il crollo del palco della Pausini al PalaCalafiore di Reggio Calabria, la procura ha disposto la perizia tossicologica, quasi a dire che avrebbe potuto essere colpa di una sniffata di coca se gli sono piombate addosso alcune tonnellate di acciaio. Ma quell’esame ha avuto esito negativo. Matteo non si drogava. Perché allora i palchi crollano?

Dalle perizie della magistratura, quelle tecniche, stanno emergendo le vere cause di quegli incidenti. Cause che tutti sanno nel mondo dello spettacolo, ma che tutti tacciono. Il male oscuro del mondo dei montatori dei palchi è ben noto agli addetti ai lavori, dagli artisti ai promoter, dalle produzioni ai service fino alle ultime cooperative di facchini. E quel killer del cantiere concertistico ha un nome e cognome preciso: si chiama ground support. Si tratta del modello di palco di ultima generazione. Tutti lo sanno, ma nessuno lo dice: è pericolosissimo. Rischia di crollare e implodere su se stesso come le Torri Gemelle, o come un castello di carte, sia per difetti di progettazione, come avvenuto a Trieste, sia per errori di costruzione, come avvenuto a Reggio Calabria. Oltre a quelli di Trieste e Reggio Calabria, ne sono precipitati anche all’estero: il 12 giugno in Canada al tour dei Radiohead (un morto e tre feriti). E nel 2010 tre crolli, ma senza feriti, avevano scandito il concerto di Eros Ramazzotti, due in Spagna e uno nella Repubblica Ceca.

Di questi ultimi 3 incidenti non c’è traccia sui giornali o sui siti. Ma di quei crolli mai denunciati spunta ora un testimone postumo, Matteo Armellini. Lui era un foto-crash, “amava documentare il suo lavoro con tutte le sue criticità”, ricorda la madre Paola. Matteo aveva fotografato il crollo al concerto di Ramazzotti a Barcellona, per fortuna avvenuto in piena notte mentre tutti erano a dormire, e per questo fortunatamente senza vittime. Foto che la madre ha ritrovato per caso nel suo computer e che ha messo a disposizione di Repubblica. It. Matteo aveva riferito agli amici anche dell’incidente nella Repubblica Ceca. Un destino beffardo e crudele ha voluto che lui, documentarista dei crash (aveva fotografato anche quello di Trieste), sia rimasto vittima di un crollo. Ma per capire cos’è cambiato nel mondo dei concerti musicali, e dello spettacolo in genere, bisogna fare un po’ di storia.

Per 40 anni, lo ha confermato anche il cantautore Eugenio Finardi, si sono usati palchi “a scatola”  costruiti con pareti simili ai ponteggi dell’edilizia, mettendo al centro del concerto la musica. E l’artista. Anche eventi di altra natura, come la manifestazione della Cgil che compare nel video, usano questi palchi.

Quei palchi tradizionali dall’aspetto musicale prevalente su quello scenografico avevano un vantaggio: non crollavano mai. Ma anche un difetto: le pareti laterali e quella posteriore di tubi d’acciaio oscuravano la vista alle fasce laterali e posteriori della location, e dunque riducevano il numero di spettatori che potevano essere ospitati dall’evento. In un’epoca, la nostra, nella quale la fama dell’artista non si misura più dal numero di dischi venduti (complice la concorrenza sleale di Internet), ma dal numero di spettatori che partecipano ai suoi concerti, s’è reso necessario rivoluzionare la filosofia di tutto il business dell’evento. E così, per attirare il maggior numero di persone, alla componente musicale è stata aggiunta prepotentemente quella dello show.

Ma per fare questo s’è dovuta modificare l’ingegneria dei palchi per consentire la visibilità a 360 gradi, e dunque la fruibilità per il massimo numero di fan. Questa equazione più-partecipanti-più-ricavi è la vera causa, per così dire il movente, dei crolli mortali dei palchi. Altro che la droga.

Archiviata la fase dei sicuri, ma meno redditizi palchi a “scatola”, è iniziata da qualche anno quella dei ground support. Sempre più grandi. Sempre più spettacolari come se il palco fosse la misura della fama dell’artista. Sempre più pericolosi. Oggi arrivano a essere alti fino a 50 metri (U2, Madonna), come un grattacielo di 15 piani.

Per capire cos’è un ground support bisogna immaginarsi un gigantesco tavolo con le sue 4 gambe. Le “gambe”, o antenne, sono dei pilastri di tubi d’acciaio che si montano come un enorme lego incastrando uno sull’altro moduli reticolari prefabbricati. Sopra queste gambe, ad altezze di alcune decine di metri, si appoggia il tavolo, un mostro metallico pesante svariate tonnellate al quale alcuni uomini-ragno super specializzati (gli spericolati rigger) appendono tutti i macchinari – anch’essi pesantissimi – del concerto: impianti per luci, audio, ed effetti scenografici.

Quel che nessuno dice, ma che sta emergendo nelle inchieste di Trieste e Reggio Calabria, è che questi palchi di ultima generazione non sono affatto sicuri, soprattutto nella fase della costruzione.

Le perizie dell’incidente mortale al concerto di Jovanotti, avvenuto il 21 dicembre 2011 nel corso del quale è morto Francesco Pinna e sono rimasti feriti altri dodici operai, hanno svelato un errore di calcolo da parte dell’ingegnere Andrea Guglielmo, di Como. Il tour, dopo una sospensione di un paio di mesi, è proseguito. Ma quali garanzie di sicurezza sono state adottate dagli organizzatori per scongiurare il rischio di ulteriori crolli, visto che l’errore di calcolo sarebbe stato accertato dalle consulenze della procura molto più tardi, solo nel maggio di quest’anno?

Risponde a questo interrogativo Maurizio Salvadori, tour manager di Jovanotti, il cui nome figura tra gli indagati per l’incidente mortale di Trieste. “Sarà stata disattenzione, sarà stato quel che è stato, purtroppo il crollo è stato causato da un evidente errore di calcolo sui pesi da appendere. Così dicono le perizie. Questi calcoli sono stati fatti da un ingegnere che se ne assume la responsabilità. Abbiamo proseguito il tour senza più usare il ground support, ad eccezione di una sola occasione. Ma in quella occasione abbiamo fatto rifare da un altro ingegnere i calcoli. Questa volta, li ha fatti giusti”. “Siamo controllati dalla Commissione Provinciale di Vigilanza – ha aggiunto – non facciamo nulla di illegittimo, affronto con grande serenità il processo in corso perché ho la coscienza a posto”.

Se a Trieste c’è stato un errore di calcolo, a Reggio Calabria, il 4 marzo del 2012 al tour della Pausini, c’è stata una serie clamorosa di errori di costruzione. Li spiega l’ingegnere Massimo Guarascio, docente della Sapienza, uno dei periti di parte nell’indagine sulla morte di Matteo Armellini. “Al PalaCalafiore – ha spiegato il professore – il montaggio è stato fatto in modo difforme dal progetto. Progettisti e responsabili del cantiere, inoltre, non hanno potuto avvalersi dei dati sulla portanza del pavimento perché non erano disponibili, essendo stati sequestrati alcuni mesi prima dalla procura per un precedente cedimento del pavimento avvenuto durante una partita di pallavolo”. Dai problemi di progettazione e calcolo, agli errori di costruzione. “I tiranti per la stabilizzazione della struttura rispetto a possibili oscillazioni – ha aggiunto Guarascio – non sono stati montati. Alla base delle “antenne”non erano stati aperti gli stabilizzatori, quattro piedini che hanno il compito di distribuire il peso sul pavimento. Sotto la base delle antenne, infine, non era stata messa una lastra di acciaio con lo stesso compito. Il risultato è stato che la colonna, con tutto il suo peso concentrato in un solo punto, ha sfondato (termine tecnico, punzonato) il pavimento, provocando il crollo di tutta la struttura”. Più in generale, ha aggiunto il docente della Sapienza, “quando si monta un ground support, prima di appendere al “tetto” della struttura gli impianti, va fatta una certificazione dell’avvenuto corretto montaggio del palco. Ma questo è il punto dolente dei tour musicali: il ponteggio in 3 giorni viene montato in una città, smontato e rimontato in un’altra città. Impossibile predisporre i certificati di corretto montaggio”.

Perché gli organizzatori dei tour, sapendo questi problemi, predispongono una scaletta dei concerti a distanze così ravvicinate, accettando il rischio di incidenti e costringendo progettisti, responsabili della sicuezza, e gli stessi lavoratori a una fretta che mette a repentaglio la loro stessa vita? Più sono ravvicinate le date dei concerti, minori sono i costi di affitto delle location (stadi e palasport). Meno dura il tour, minori sono i costi del personale e della locazione delle attrezzature. Minori sono i costi, più alti sono i profitti. È per questo che si muore nel mondo dei concerti?

Annunci